PERCORSO DI LETTURA
Quando il danno passa per normale
Parole, potere e sguardo in Come se niente
Percorso di lettura pubblicato sul sito ufficiale dell’autore
Pubblicata nel 2025, Come se niente è una raccolta di racconti ambientati in luoghi e situazioni molto diversi: una scuola, un bar sul porto, una casa, il palcoscenico, una miniera, una relazione online. A tenerli insieme è l’attenzione per le forme di violenza che possono insinuarsi nella vita quotidiana e restare senza nome. Il percorso si chiude con Mi chiamo Innocenza, un monologo che riprende il racconto iniziale e ne sposta il punto di vista.
Il titolo può essere letto come una formula sociale prima ancora che come una descrizione: le cose accadono, producono conseguenze, eppure qualcuno riesce a comportarsi come se nulla fosse avvenuto. La raccolta indaga proprio questo scarto fra il danno e il suo riconoscimento. La violenza non coincide sempre con un gesto clamoroso; può passare attraverso una frase, un rapporto di dipendenza, una versione dei fatti che si impone sulle altre.
La varietà degli ambienti impedisce di ridurre i racconti a un solo tipo di abuso. Il potere assume forme diverse: manipolazione psicologica, esclusione, solitudine, sfruttamento, linguaggio istituzionale. A unirle è il modo in cui una persona può essere privata della possibilità di definire ciò che le sta accadendo.
La parola come strumento di dominio
In Quadri a un’esposizione, il conflitto fra Elena e Gaia mette in scena una forma di aggressione che passa soprattutto dalle parole. Una ragazzina destabilizza una donna adulta, fino a demolirne le certezze. La direzione consueta dell’autorità — l’adulto che interpreta e protegge, il minore che dipende — si rovescia. La struttura a quadri accentua l’impressione di assistere a una situazione osservata per frammenti: il lettore deve ricomporre i rapporti di forza mentre questi cambiano. Il titolo richiama un’esposizione, ma i personaggi non sono oggetti immobili da contemplare: sono coinvolti in una lotta per stabilire quale immagine dell’altro diventerà credibile.
Anche il teatro di Sottopalco è un luogo di potere, ma qui il dispositivo è esplicito: un copione anonimo porta alla luce segreti e tensioni fra le attrici, mentre sullo sfondo c’è un uomo anziano escluso dal gruppo. La domanda non riguarda solo che cosa il testo riveli; riguarda chi abbia il diritto di scrivere i ruoli degli altri e chi venga lasciato fuori dalla scena. La finzione teatrale diventa così un modo per mostrare meccanismi che, nella vita quotidiana, restano meno visibili.
In La mina Maraval, il linguaggio cambia registro e diventa aziendale. La vendita di un’arma è affidata a un discorso ufficiale: la forma ordinata della comunicazione commerciale entra in attrito con le conseguenze materiali di ciò che viene venduto. La distanza fra parole e responsabilità non è un dettaglio stilistico, ma il tema stesso del racconto. Qui il “come se niente” assume una dimensione istituzionale: il linguaggio può rendere presentabile una realtà che, guardata da vicino, non lo è.
Assenza, attesa, sradicamento
Altrove, la ferita si manifesta come assenza o attesa. In Due caffè, un uomo aspetta al bar del porto di Livorno una moglie che non è mai esistita. L’attesa offre una forma alla vita del protagonista, ma insieme la trattiene dentro una finzione. In Carmine Gesso, la migrazione di un calabrese nelle miniere belghe sposta il discorso sul lavoro e sullo sradicamento. I contesti sono lontani fra loro, ma entrambi mostrano persone costrette a negoziare la propria esistenza dentro condizioni che non hanno scelto.
La voce restituita
Il passaggio più netto sul piano della voce arriva alla fine, con Mi chiamo Innocenza. Il monologo riprende il racconto iniziale, ambientato nel mondo della scuola e segnato dal trauma di una bambina. La storia viene restituita alla prima persona: chi prima era osservata da fuori prende parola e si presenta direttamente al lettore. Non è soltanto una ripetizione. Cambia la posizione da cui il dolore viene raccontato e, con essa, la responsabilità di chi ascolta. La bambina non è più soltanto il soggetto di una storia narrata da altri; la sua voce obbliga a riconsiderare ciò che il racconto precedente aveva lasciato a distanza.
La raccolta non propone un’unica spiegazione della crudeltà e non mette sullo stesso piano tutti i suoi contesti. Ne osserva piuttosto i diversi strumenti: la parola privata, il copione, il discorso ufficiale, lo schermo, la voce negata. Il suo gesto critico consiste nel fermarsi là dove una situazione rischia di essere archiviata troppo presto. “Come se niente” è il modo in cui il danno viene coperto; raccontarlo significa interrompere, almeno per un momento, quella copertura.